di Massimo Costante
![]() | Titolo: Il Re di Cuori Autore: Andrea Cavaletto Editore: Acheron Books Data di pubblicazione: 27 febbraio 2026 ISBN: 979-1254981528 Prezzo (Euro): 17 euro (flessibile), 6,99€ (ebook) N. Pagine: 290 Acquistalo su Amazon |
Dopo averlo presentato nell’ultima edizione di Marginalia, torniamo sul luogo del delitto per farvi comprendere al meglio cosa si cela tra le pagine de Il Re di Cuori. Un libro che si è rivelato a me molto caro per mille motivi diversi… ma che ho apprezzato principalmente per la sua ambientazione tutta torinese e la narrazione potente e senza filtri, includendo una stilistica autoriale che caratterizza le opere di Andrea Cavaletto.
Per chi se lo stesse chiedendo, Il Re di Cuori è ciò potrebbe essere definito un thriller splatterpunk, pubblicato da Acheron Books e impreziosito dalla copertina di Alberto Dal Lago, che evoca una presenza demoniaca aleggiante, un’entità che resta sullo sfondo ma che permea ogni singola pagina di questa storia. Una storia marcia, oscura e bruciante, vi avviso, poiché per le tematiche che affronta, per il modo in cui sono trattate, per lo stile con cui sono scritte, non tutti i lettori riusciranno a metabolizzarla senza conseguenze. Ma se leggete spesso le pagine di Cravenroad.net, tutto ciò ci farà sentire a casa.
La spirale di follia de Il Re di Cuori
Cosa mette in scena il nuovo romanzo di Cavaletto?
Mette in scena una Torino sempiterna misteriosa, ma quanto mai più putrida possibile. L’ambientazione si svolge nei giorni nostri.
Nereo Barbaro ha tutto quello che un uomo potrebbe desiderare: è un affascinante professore d’arte, rispettato dai colleghi, ammirato dagli studenti. Ma sotto la superficie si nascondono segreti che farebbero impallidire anche il più incallito criminale. Suo padre comanda una cosca della ‘Ndrangheta? Sì, ma questo è solo l’antipasto. Perché Nereo è molto di più: è il sacerdote di un culto sanguinario che da anni compie nefandezze inenarrabili nell’ombra. E si sta preparando all’arrivo di Colel Cab, la Vespa che porta la peste, la divinità Maya destinata a scatenare la sua furia apocalittica sull’umanità intera.

Dall’altra parte della città c’è Fosca Rosboch. Ex agente di polizia, cinica fino al midollo, alcolizzata e ninfomane. Da cinque anni porta avanti una caccia solitaria, ossessiva, contro l’orco senza volto che le ha rapito e ucciso la figlia. Nessun indizio, nessun colpevole, solo un pezzetto di dito e un vuoto che la sta consumando dall’interno.
Tra sacrifici rituali, ataviche divinità precolombiane risvegliate dal loro sonno millenario, sciamani New Age che giocano con forze che non comprendono e fagioli messicani carnivori che affiorano dalle strade di una Torino che non avete mai visto, i destini di Fosca e Nereo si intrecciano in una spirale di follia e morte.
Un thriller splatterpunk che non chiede permesso per entrare
Quando parliamo di thriller splatterpunk, è per verticalizzare il terreno in cui Cavaletto ha scelto di muoversi – come spesso accade nelle sue opere. Il linguaggio è crudo, scurrile, violento, aggressivo, a tratti volutamente volgare. È una scelta stilistica che può far storcere il naso ai lettori più sensibili, ma che è perfettamente coerente con il mondo che l’autore vuole costruire. Non c’è filtro, non c’è pietà, non c’è concessione al politicamente corretto.
Andrea costruisce i personaggi con una profondità psicologica rara, regalando a ciascuno le proprie sfumature di grigio. Qui non esiste il “buono” puro da cui parteggiare senza riserve, né il “cattivo” monolitico. Ogni personaggio è un mosaico di luci e ombre, una costruzione così stratificata e ravvicinata, che porta il lettore quasi ad empatizzare con ogni personaggio (come avevamo anticipato nell’intervista nel corso di Marginalia 2026). Il vettore di questa stratificazione è la scelta stilistica della narrativa.
Sebbene il racconto sia prevalentemente in terza persona, ogni protagonista “parla” con una voce propria, con un ritmo e una sintassi che cambiano in base alla sua psiche. È come se la scrittura stessa si adattasse al personaggio che sta vivendo la scena. Una scelta coraggiosa, originale e con una resa azzeccatissima.
Fosca Rosboch: l’antieroina che si autodistrugge
Fosca Rosboch non è esattamente la protagonista/detective/poliziotta impeccabile intrappolata in tutta una serie di paradigmi di questo genere letterario. No. Fosca è un personaggio malato, lontano dalla tipica idealizzazione contestuale e sempre fuori dagli schemi. Ex agente di polizia, cinica fino al midollo, alcolizzata e ninfomane. Fosca è una donna che sta precipitando verso il fondo, che si sta consumando attraverso rapporti sessuali occasionali e distruttivi, un personaggio che ha già perso il controllo.
Ma perché si sta riducendo così? Perché cinque anni prima le hanno portato via la figlia. L’hanno rapita e probabilmente uccisa, e di lei non è rimasto nulla, se non un misero pezzetto di dito. Nessun colpevole, nessuna risposta, solo il vuoto. Fosca è crollata su se stessa, e tutti i suoi difetti, le sue perversioni, le sue fragilità sono emersi con violenza preponderante.
Ma quando spunta anche il più piccolo indizio, quando si accende anche solo una scintilla di possibilità di capire cosa è successo alla sua bambina, Fosca si trasforma. Diventa un segugio. Cinico, spietato, implacabile. Un personaggio di un fascino devastante, che ti tiene incollato alle pagine perché vuoi sapere fino a dove sarà capace di spingersi.
Attorno a lei ruota un poliziotto che se ne innamora, dando vita a una relazione fatta di amore e odio, di attrazione e repulsione. Lui ha una famiglia, ma vede in Fosca qualcosa che manca alle altre donne, qualcosa che lei stessa non riesce a vedere, lo stesso fascino primordiale che vi farà innamorare di lei. E poi ci sono i ragazzi coinvolti nella spirale, tra cui un ragazzo senza speranza e senza alcuna gioia di vivere di cui seguiamo la discesa verso la follia con un misto di pietà e terrore.
Nereo Barbaro: Il Professore dell’Apocalisse
Poi c’è lui, l’antagonista, Nereo Barbaro. Affascinante professore d’arte, esperto di civiltà precolombiane e in particolare dei Maya. Nereo usa la sua cultura non per illuminare, ma per manipolare. Attrae a sé gli studenti più fragili, quelli emotivamente più vulnerabili, e li trasforma in pedine del suo culto sanguinario. Per lui sono come divinità da adorare, e lui è il loro profeta.
Ma Nereo nasconde segreti ben più oscuri della sua attività accademica distorta. È figlio di un boss della ‘Ndrangheta, eppure il suo vero ruolo è quello di sacerdote di un culto antico che da anni compie nefandezze inenarrabili. E si sta preparando all’arrivo di Colel Cab, la Vespa che porta la peste, la divinità Maya destinata a scatenare la sua furia apocalittica sull’umanità.
Mentre per Fosca abbiamo una narrazione più “tradizionale”, la scrittura che mette in scena i momenti di Nereo cambia completamente: frasi brevi, secche, separate da spazi netti. Nereo non perde tempo in descrizioni prolisse, va dritto all’essenziale. Ogni sua parola è una lama, lapalissiana, tagliente come una ferita profonda. La sua visione del mondo è schematica, precisa, chirurgica. E questa struttura narrativa ti fa entrare direttamente nella sua testa, facendoti sentire il gelo della sua follia organizzata.
Una Torino che non avete mai visto
L’ambientazione è un altro protagonista silenzioso di questa storia. Dimenticate la Torino da cartolina, quella elegante e ordinata. La Torino del Re di Cuori è una città macabra, sporca, umida, volgare. È una città che trasuda putridume da ogni poro.
L’ambiente esterno è l’esatto specchio dei personaggi che la popolano: Torino è dregradata, schifosa e opprimente, senza contare le tante zone d’ombra dei suoi cittadini più malati e delle istituzioni stesse. Tra sacrifici rituali, divinità precolombiane risvegliate, sciamani New Age e persino fagioli messicani carnivori che affiorano dall’asfalto, la Torino di Cavaletto diventa essa stessa un mostro.
Il tripudio finale dell’Orrore
La missione di Nereo è chiara: raccogliere seguaci, preparare il terreno per l’apocalisse, risvegliare la “regina delle api” per dominare il mondo. Ma si trova bloccato da più fronti: dalle indagini di Fosca, che si avvicina inesorabilmente alla verità, e dalla sua stessa famiglia ‘ndranghetista, che vede la sua follia come un pericolo e decide di intervenire.
Il romanzo, all’inizio, può risultare ostico. La mistura di volgarità, sporcizia e putridume può respingere il lettore. Ma poi, pagina dopo pagina, con gli ingredienti tipici dei migliori thriller che si rispettino e vorticando nella declinazione più horror possibile, ti risucchia in un modo dove non è possibile uscire. Si arriva così a una spirale finale che è una vera e propria Apocalisse.
Eppure, come fa spesso nelle sue storie per Dylan Dog, Cavaletto ti lascia una chiave di volta. Una fessura da cui filtra la speranza, anche se, alla fine, non vuole tradire con un finale prettamente “edificante” e nello stile puramente americano da film di “Notte Horror” dei bei tempi andati.

Il Re di Cuori è una lettura scorrevole, piacevole nel ritmo, ma che ti picchia forte alla stessa maniera di come avviene in alcune scene assai “grafiche” del romanzo. È un ritorno alle atmosfere più prepotenti del Gore anni ’80, condito però con una ventata di ironia e freschezza che lo rendono assolutamente contemporaneo. Consigliatissimo per i seguaci di queste pagine, ma – decisamente- non è un libro per palati delicati. Ci vuole una certa sensibilità, una buona dose di stomaco forte e il coraggio di sporcarsi le mani. Se avete questo coraggio, vi assicuro che non ve ne pentirete.
COSA MI È PIACIUTO:
– Atmosfera disturbante
– Personaggi memorabili e fuori dagli schemi
– Stile narrativo originale e aderente ai protagonisti
COSA NON MI È PIACIUTO:
– Nulla
👍CONSIGLIATO A:
a tutti gli amanti dei thriller e horror molto spinti
👎NON CONSIGLIATO A:
ai deboli di cuore… Il Re di Cuori potrebbe strappare il vostro.
VOTO: 5/5⭐⭐⭐⭐⭐

