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La casa del boia – di Christian Sartirana | RECENSIONE

di Massimo Costante


Titolo: La Casa del Boia
Autore: Christian Sartirana
Editore:  Acheron Books
Data di pubblicazione: 30/05/2025
ISBN: 979-1254980170
Prezzo (Euro): 6,99 (ebook) e 14,25 (flessibile)
N. Pagine: 320
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Con La casa del boia, Christian Sartirana non si limita a raccontare storie di paura: costruisce un universo narrativo denso, claustrofobico e profondamente radicato nel territorio, trasformando le colline piemontesi in un vero e proprio personaggio. Questo libro, pubblicato nella collana horror di Acheron Edizioni – casa editrice che lo stesso Sartirana cura in questa collana con rigore e passione – rappresenta un punto di svolta nella sua produzione letteraria, confermandolo come una delle voci più originali e autentiche dell’horror italiano contemporaneo.

Ma attenzione: La casa del boia non è un romanzo nel senso classico del termine. È invece una raccolta di racconti interconnessi, che si dipanano tra paesi sperduti, strade secondarie, case fatiscenti e silenzi troppo lunghi. Non si tratta semplicemente di storie unite da un tema comune, ma di un affresco corale, dove i personaggi si incrociano, gli eventi si richiamano a distanza, e dettagli apparentemente marginali in un racconto diventano chiave di lettura in un altro. È un meccanismo narrativo raffinato, che invita alla rilettura e premia l’attenzione del lettore, come se fosse costantemente alla ricerca di un codice nascosto tra le pieghe del testo.

Il fulcro geografico e simbolico dell’intera opera è Gorengo, un paesino immaginario che però risuona terribilmente vero. Personalmente, nel corso della lettura, ho avuto l’impressione di sentirmi fisicamente in questi luoghi, come se il libro avesse il potere di trasportarti oltre la pagina. Gorengo non è solo uno sfondo pittoresco: è un organismo vivente, malato, che respira attraverso le sue nebbie, i suoi segreti sepolti e le sue tradizioni corrotte. È un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, ma dove qualcosa continua a muoversi sotto la superficie – qualcosa di antico, di famelico, di inevitabile.

Sartirana riesce nell’impresa difficile di descrivere un male rurale, primitivo, che non ha bisogno di mostri CGI o effetti speciali per essere spaventoso. Il male qui è nella terra, nelle abitudini, negli sguardi bassi degli anziani al bar, nei rituali mai nominati ma sempre presenti. A volte prende forma concreta – come nel caso dello pseudobiblion Schwarze Spinne, un oggetto maledetto ispirato al celebre racconto gotico svizzero Il ragno nero di Jeremias Gotthelf – altre volte rimane latente, come un’ombra che si allunga appena fuori dal campo visivo. E proprio questa ambiguità, questa capacità del male di essere sia reale che metaforico, rende il volume così efficace e duraturo nell’immaginazione.

Lo stile di Sartirana è uno dei punti di forza assoluti del libro. Asciutto, diretto, privo di orpelli retorici, ma allo stesso tempo ricco di suggestioni. La prosa scorre con naturalezza, talvolta simile a un colloquio tra amici al bancone del bar, altre volte si fa visionaria, quasi liturgica. Non c’è mai un eccesso di aggettivi, né drammatizzazione gratuita: ogni frase è calibrata, ogni pausa pesata. È un horror che non urla, ma sussurra. Che non salta fuori dal buio con un grido, ma ti accompagna piano piano dentro l’oscurità, finché non ti accorgi più della luce.

E proprio questa varietà registrale è ciò che rende la raccolta così sorprendente. Ogni racconto esplora un tono diverso, un registro specifico, dimostrando la versatilità narrativa dell’autore. In Spazio bianco, ad esempio, il narratore parla direttamente al lettore, come in un’intervista registrata, creando un’immediatezza cruda e disarmante. In L’essere prodigioso (un’autentica sorpresa per chi ama uno dei più grandi cold case italiani, ma…no spoiler) o Il male rimane, invece, ci si addentra in territori surreali e onirici, dove la realtà si dissolve senza che ce ne accorgiamo, e dove il confine tra corpo, mente e ambiente si sgretola. Altri racconti, come La cattiva ora o Se li prende la collina, giocano con il perturbante in modo magistrale: non c’è sangue sparso ovunque, né demoni urlanti, ma una crescente sensazione di disagio, di qualcosa che non va, che qualcuno (o qualcosa) sta osservando da dietro la finestra.

È interessante notare come alcuni episodi si avvicinino al weird fiction più puro, quel filone letterario che mescola horror, fantastico e irrazionale in modo inquietante. Storie come Schwarze Spinne, Lo Spazio Bianco o L’essere prodigioso sono tra le più riuscite dell’intera raccolta, non solo per la qualità della scrittura, ma per la capacità di lasciare il lettore con una domanda senza risposta, con un’immagine mentale che persiste anche dopo aver chiuso il libro.

E poi c’è l’ambientazione. Sartirana non scrive sul Piemonte: scrive dal Piemonte. Conosce quei luoghi, quelle dinamiche sociali, quel misto di pudore e brutalità che caratterizza certe zone rurali italiane. E lo fa senza cadere nel folklore facile o nella nostalgia posticcia. La sua è un’Italia periferica, dimenticata, dove la modernità arriva in ritardo e spesso viene respinta. È un mondo in cui le vecchie credenze convivono con la disperazione economica, e dove la solitudine può diventare un buco nero.

Leggere La casa del boia significa immergersi in un’atmosfera che non abbandona facilmente. È un libro che non cerca di stupire con colpi di scena eclatanti, ma di imprimersi lentamente nella mente, come un incubo che si ricorda al risveglio. Lascia addosso una patina di umidità, di freddo, di inquietudine – proprio come quella nebbia piemontese che sembra uscire dalle pagine e avvolgere la stanza mentre si legge.

Per gli appassionati di folk horror, weird fiction, e narrativa italiana del brivido, La casa del boia è senza dubbio la migliore opera di questo autore piemontese. Christian Sartirana ha saputo costruire non solo una raccolta di racconti, ma un vero e proprio mito locale, un ciclo narrativo che potrebbe tranquillamente espandersi in futuro. E forse, chissà, potremmo tornare ancora a Gorengo.

COSA MI È PIACIUTO:
Ambientazione “viva” che ti immerge nel rurale piemontese
– Impronta stilistica semplice ma impeccabile nella narrazione

Alcuni racconti abbracciano altri generi pur mantenendo un filo conduttore efficace

COSA NON MI È PIACIUTO:
Nulla

VOTO: 5/5⭐⭐⭐⭐⭐

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